Immaginate un’anguria. Cresce tonda, rigogliosa, in armonia con il ritmo della natura. Ma qualcuno decide che deve diventare cubica, perché così è più facile da impilare, più comoda da vendere. La si chiude allora in una cassetta rigida fin da piccola, costringendola a crescere in quella forma. Apparentemente tutto va bene: è sempre un’anguria, ha colore e sapore. Ma non è più ciò che avrebbe potuto essere. È stata privata della sua forma naturale, piegata a un progetto che non le apparteneva.
Questa immagine, che può far sorridere, racconta però una verità profonda e drammatica sull’educazione. Troppe volte, con le migliori intenzioni, educare viene confuso con "formare", "plasmare", "modellare": si pretende di forgiare i figli, gli alunni, i cittadini "a propria immagine" o secondo una qualche immagine ideale. E così si finisce per commettere un’inaudita violenza spirituale. Gentile, silenziosa, pedagogica – ma pur sempre una violenza.
Il rispetto della libertà: cuore dell’educazione
Come ci ricorda Giuseppe Fioravanti, educare significa aiutare una persona a diventare se stessa, a crescere in libertà. L'educazione è "autoeducazione", cioè accompagnamento, non sostituzione della libertà dell’altro¹. Ogni azione educativa che non tenga conto del consenso interiore del soggetto, della sua partecipazione attiva e libera, finisce per negare la dignità stessa della persona. In questo senso, la libertà non è un obiettivo collaterale: è la direzione, la condizione, il metro stesso dell’educazione.
L’alternativa è inquietante: se non si educa alla libertà, si addestra, si ammaestra, si manipola. La persona non viene amata, ma usata. Si agisce come se l’altro fosse materia grezza da plasmare – e non invece un mistero da accompagnare, un progetto da scoprire.
Il sogno del controllo, la tentazione totalitaria
Non solo i genitori, anche lo Stato e persino la Chiesa possono cadere in questa tentazione. Quando l’educazione diventa un progetto di omologazione, quando si presume di sapere esattamente cosa un bambino o un giovane debba diventare, quando si costruiscono "percorsi formativi" a cui ogni individuo deve adattarsi, si abbandona l’arte di educare e si scivola nella fabbricazione.
Don Gino Corallo, riflettendo sul metodo educativo di Don Bosco, ci avverte che educare non è "uniformare" ma far fiorire la vita del giovane nella sua interezza, nella sua unicità². L’educatore autentico si mette “dalla parte del ragazzo”, partecipa al suo cammino, non lo sovrasta. L’educazione salesiana è “sub signo educationis”, tutta segnata dal rispetto per la realtà interiore e la vocazione del giovane, non da una struttura imposta dall’esterno.
Ivan Illich ha denunciato con vigore il rischio dell’“educazione obbligatoria”, della scolarizzazione come meccanismo totalizzante che forma cittadini più obbedienti che pensanti³. Quando l’istruzione diventa un apparato che definisce chi è competente e chi no, chi è promosso e chi escluso, il sapere non è più dono ma potere. E l’educazione si trasforma in produzione. Come si producono angurie cubiche.
Questo vale anche per altri ambiti: dalla sanità alla religione, dal sociale alla famiglia, ogni volta che un’istituzione presume di sapere cosa sia il "bene" per l’individuo e lo impone, viola quella “inviolabilità” che è propria della persona.
L’educazione vera è accompagnamento, non imposizione
Karol Wojtyła (Giovanni Paolo II), in *Amore e responsabilità*, insegna che non si può mai trattare l’altro come mezzo per i propri fini⁴. Neppure in nome dell’amore. Anche i genitori, pur animati dal desiderio del bene dei figli, devono vigilare su di sé, per non cedere alla tentazione di decidere per loro cosa li renderà felici. Anche l’amore può essere cieco, se non è casto, cioè rispettoso della libertà dell’altro.
Educare è invece un’arte che sa attendere, che osserva e serve. Che non chiude, ma apre. Che non imprime, ma libera.
Conclusione: la forma dell’amore è il rispetto
Ogni volta che vogliamo "formare" un bambino a nostra immagine, o secondo un ideale da noi deciso, stiamo, in fondo, fabbricando un’anguria cubica. Ma i figli non sono da impilare: sono da custodire, come misteri che ci sono affidati. L’educazione autentica è come l’agricoltore che conosce la pianta e le sue esigenze, la pota con misura, la guida con dolcezza – ma non le impone una forma che non le appartiene.
Solo così, ogni persona potrà diventare quello che è: immagine viva e irripetibile di Dio.
Rita Picchianti
¹ G. Fioravanti, *Educare alla libertà*, Fogli, 1976.
² G. Corallo, *Il metodo educativo salesiano*, Catania, Scuola Salesiana del Libro, 1979.
³ I. Illich, *Descolarizzare la società*, Mondadori, 1972.
⁴ K. Wojtyła, *Amore e responsabilità*, Genova-Milano, Marietti, 1983.
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