09 gennaio 2026

La missione non si paga con straordinari: l’equivoco sull’insegnamento

 


C’è un errore di fondo che si ripete ogni volta che si parla di insegnamento: confondere la missione con la professione.


L’insegnamento, nel suo disegno più profondo, è un autentico ministero e un sacro servizio, un'eco della chiamata educativa che risuona nel cuore dell'uomo. Tuttavia, questa natura spirituale non può annullare la dignità e i diritti che presiedono a ogni relazione di lavoro. Quando si esige che il docente "sacrifichi" il proprio tempo, la propria energia e perfino la propria salute in nome di un ideale elevato, si profana il valore del lavoro educativo e si apre la strada a uno sfruttamento mascherato da oblazione.



La Costituzione, pur nella sua laicità, richiama principi universali: l’articolo 36 afferma che il lavoratore "ha diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente", affinché possa "condurre un’esistenza libera e dignitosa", eco del rispetto per la persona creata a immagine di Dio. L’articolo 3 sottolinea l’uguaglianza e la riverenza per la persona. Nessun ministero può sospendere l'osservanza di questi comandamenti etici. Il docente, nel varcare la soglia dell'aula, rimane un lavoratore tutelato da un patto contrattuale (CCNL Scuola), che stabilisce ritmi, doveri e spazi personali inviolabili.


Eppure, troppo spesso, la retorica del “ministero” si trasforma in uno strumento di coercizione. Si chiedono ore aggiuntive, progetti senza fine, continui richiami a iniziative inclusive, burocrazie fuori dall'orario pattuito, riunioni serali o nel fine settimana "per amore dei discepoli". Ma il servizio dell’insegnante non si misura con il metro del martirio personale. Si misura nella santità della relazione educativa, che esige chiarezza di mente, equilibrio interiore e il necessario ristoro. Pretendere una dedizione illimitata significa ridurre il pedagogo a una figura ancillare, oscurando il suo ruolo intellettuale e la sua responsabilità civile.


Definire l’insegnamento un ministero è corretto se lo si contempla dall’interno, come un dono dello spirito e una responsabilità verso le anime affidate. È invece gravemente errato quando questa definizione è brandita dal datore di lavoro, dallo Stato o dalla dirigenza scolastica, per giustificare oneri crescenti e risorse decrescenti. In questo contesto, il “ministero” si fa strumento di colpevolizzazione, non di autentico riconoscimento.


Una società che non discerne tra la chiamata spirituale e l’impegno contrattuale tradisce la sua scuola. Perché la carità per l’insegnamento non si conta a ore, ma nemmeno può essere saldata con la moneta del sacrificio.

La Vita ha un unico scopo: tornare a Dio.

Il lavoro è strumento per arrivare a Dio.


Dio è entrato nel tempo, si è fatto uomo per strapparci dalla morte, quella morte che è una Vita senza senso. Il Cristiano sa che Dio tornerà, lo cantiamo nel Te deum, come sole che sorge dall’alto.

Noi lo aspettiamo.

Ma, tra la Creazione e il ritorno di Cristo (per ricapitolare in sé tutte le cose) in questo Tempo che ci è dato, c’è un avvenimento grande che si chiama GRAZIA. Nel Tempo che noi viviamo sperimentiamo quella Grazia che ci dona Gesù Cristo venendo al mondo e morendo sul Calvario.


Il Tempo ha un contenuto presente, tangibile e potente, la Grazia che ci trasforma in Lui. Se questa Grazia non è Santificante non c’è cattolicesimo e non può esserci Opera Educativa in Lui.

La Grazia, accolta con la virtù teologale della Fede e vissuta con la Carità, genera una speranza invincibile nel Tempo che ci è donato.


La vita è un Dono di Dio non con un significato sentimentale e commovente, è questa stessa Grazia che ci dona la Vita; cosa dobbiamo fare della Grazia di Dio? Come la amministriamo? Può essere solo per noi? Può la Grazia limitarsi a quelle quattro cose misurabili all’interno di un cortile?

No, la Grazia ci è data per cominciare ad agire ed operare come Dio. Non possiamo sprecare il tempo che ci è dato e non possiamo sprecare la Grazia. La Missione dell’insegnante è tale nel rendere sacro il Tempo che ci è dato, “non volendo che alcuno perisca ma tutti abbiano modo di convertirsi”, l’opera da fare è quella di trasformare la nostra Vita per EDIFICARE CRISTO nel TEMPO!

Se il corpo mistico è ciascuno di noi, noi dobbiamo Edificare il nostro tempo, strappare dal nulla più creature possibili per appartenere interamente a Gesù Cristo.


È necessario un nuovo accordo: riconoscere la scuola come luogo di servizio alla comunità, dove la professionalità, intesa come fedeltà al patto, non è meno sacra del ministero, ma ne è fondamento e condizione ineludibile.

Difendere la professionalità non significa negare la vocazione spirituale. Anzi, essa è il presupposto che ci può permettere di realizzarla e va difeso e custodito.


Per trovare questo "nuovo accordo" è necessario superare la contrapposizione manichea tra il dovere professionale e l'ideale vocazionale. È in questo orizzonte che si colloca il pensiero di Giuseppe Nosengo, il quale offre una conciliazione profonda, liberando la missione del docente dalla strumentalizzazione dello Stato e riconsegnandola alla sua autentica dimensione personale e spirituale.

Nosengo non vede la "missione" e la "professione" dell'insegnante come due realtà separate, ma le concepisce in un rapporto sinergico e gerarchico, dove la professione è il mezzo e il campo d'azione attraverso cui si realizza la missione spirituale.

La sua concezione concilia questi due aspetti elevando l'atto professionale a un livello di autentico apostolato, modellato sull'esempio di Gesù Maestro.

Ed in questo apostolato l’Insegnante può solamente educare al Bene.






Ilaria Vivi

Rita Picchianti

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